C’è un momento di cui gli imprenditori parlano poco, perché è difficile da spiegare e facile da fraintendere. L’azienda va, i conti tornano, le persone ti rispettano. Hai ottenuto quello che volevi. E la mattina ti svegli con una stanchezza che il weekend non toglie, oppure con una domanda a cui non sai dare forma: tutto qui?
Se lo dici in giro, le reazioni sono due. Chi non ci è passato ti dice che hai tutto per essere felice. Chi lavora con te si preoccupa. Così di solito non lo dici, e lavori di più.
Non è un fallimento, e nemmeno per forza una crisi
La prima cosa da togliere di mezzo è l’idea che ci sia qualcosa di sbagliato in te. Non stai male perché hai fallito. Può darsi che tu stia male perché sei cambiato, mentre la vita che hai costruito è rimasta quella di quando eri un’altra persona.
Quella vita era una buona risposta alle domande di vent’anni fa: dimostrare, costruire, mettere al sicuro la famiglia, non dipendere da nessuno. Adesso che hai risposto, le domande sono altre. Ma le abitudini, i ritmi e l’immagine di te sono ancora quelli di prima.
Spesso non si tratta di una crisi. È qualcosa di più sottile: risultati, indipendenza e riconoscimento ci sono, ma il modo in cui stai vivendo il tuo successo non ti rappresenta più pienamente.
Come si riconosce
Non c’è un test, ma ci sono segnali che tornano.
- La soddisfazione dura sempre meno. Il traguardo arriva, e il giorno dopo stai già guardando il prossimo.
- Il controllo è diventato una gabbia. Non riesci a staccare, anche quando potresti, e il telefono ti segue a tavola.
- Il corpo presenta il conto. Dormi male, sei irritabile, la stanchezza non passa con le ferie.
- Le relazioni si sono ridotte a logistica. A casa parli di organizzazione, e con gli amici di lavoro.
- Non sai più che cosa ti piace. Se ti chiedono che cosa faresti con un mese libero, non sai rispondere.
- Senti di essere il tuo ruolo. Se togli l’azienda, non sei sicuro di che cosa resti.
Una nota importante: se questi segnali sono forti, se non riesci ad alzarti dal letto, se hai pensieri che ti spaventano, parlane prima di tutto con un medico o uno psicologo. Un lavoro di coaching non sostituisce un percorso clinico.
Le tre reazioni che non funzionano
Fare di più. È la reazione più comune, perché ha sempre funzionato: un’altra sede, un’altra acquisizione, un altro obiettivo. Per un po’ riempie il vuoto, poi il vuoto torna più grande.
Mollare tutto. La fantasia della vendita, della casa al mare, della vita semplice. A volte è una scelta giusta, ma presa per scappare si porta dietro il problema. Chi cambia tutto senza capire che cosa è successo si ritrova nello stesso punto, con un altro indirizzo.
Aspettare che passi. A volte passa. Più spesso si trasforma: in distacco dalle persone, in decisioni prese male, in un corpo che a un certo punto decide per te.
Che cosa si può fare, invece
C’è una quarta strada, meno spettacolare. Non consiste nell’avere meno successo, ma nel costruirne uno più completo: uno in cui stai bene anche tu.
Il primo successo è ottenere ciò che desideravi. Il secondo è scoprire che non devi perdere te stesso per conservarlo. In concreto significa lavorare su alcune cose precise:
- fare chiarezza su ciò che vuoi oggi, non soltanto su ciò che volevi dieci o vent’anni fa;
- riconoscere gli schemi che hanno sostenuto il tuo successo e che adesso ti limitano;
- separare chi sei dall’azienda, dai risultati e dall’approvazione degli altri;
- lasciare andare ciò che non funziona più senza rinnegare ciò che hai costruito.
Queste sono quattro delle 7 Chiavi Evolutive, la mappa che Alessandro Labadini usa nel suo lavoro. Il Secondo Successo è il percorso individuale nato per questo momento: sette mesi, un incontro a settimana, su ciò che sta accadendo nel lavoro, nelle relazioni e dentro di te. Il lavoro si fa dentro la vita di adesso: nessuno ti chiede di mollare l’azienda.
Da dove cominciare, anche da soli
Tre esercizi semplici, da fare con carta e penna, senza condividerli con nessuno.
- Scrivi come vorresti che fosse un martedì qualunque fra tre anni. Non il tuo obiettivo: un martedì. A che ora ti alzi, con chi parli, che cosa fai la sera.
- Fai l’elenco delle cose che fai perché le hai sempre fatte. Accanto a ciascuna, scrivi se la sceglieresti oggi.
- Chiediti di che cosa hai paura, se rallenti. La risposta spesso è più interessante della domanda.
Se ciò che è emerso merita una conversazione, la consulenza orientativa è riservata e dura 45 minuti. Serve a capire dove sei oggi e se questo lavoro è adatto a te. Se Alessandro non sente di poterti aiutare, te lo dice.